di Giovanni Barbera

Non sono certo mancati gli scandali e le polemiche politiche in questi quattro lunghi anni di amministrazione Alemanno in Campidoglio. Ma uno dei fenomeni sicuramente più inquietanti e più peculiari che hanno caratterizzato la “Roma” di Alemanno, suscitando non poche polemiche nel corso di questi anni, è stato proprio quello che passerà alla storia della città con il nome di “fascistopoli”. Un fenomeno che ha fortemente “segnato” la vita politica dell’amministrazione comunale, rappresentando non solo una delle pagine più buie della città, ma anche uno degli elementi fondamentali su cui si è alimentato il sistema di potere che Alemanno ha messo in piedi in questi anni, sfruttando l’inaspettata vittoria del centrodestra a Roma. Un fatto quest’ultimo che ha colto di sorpresa anche lo stesso Alemanno e che è stato più determinato dai limiti e dalle debolezze del “modello Roma” vantato per anni da Veltroni & soci che non dai meriti dello stesso schieramento politico guidato dall’attuale sindaco.

L’elenco di vecchi e nuovi camerati – alcuni ben noti non solo alla cronaca nera, ma anche alla stessa giustizia penale, collocati dal Sindaco e dalla sua Giunta, in maniera quasi “scientifica”, nei posti più o meno di rilievo dell’amministrazione capitolina – è molto lungo. Ne fanno parte ex terroristi dei Nar, ex estremisti di Forza Nuova, di Terza Posizione o di altre note organizzazioni dell’estrema destra romana, ex picchiatori, esponenti degli ultras e rappresentanti dei centri sociali di destra e, finanche, da ultimo, ex appartenenti alla Banda della Magliana, come dimostrato dall’ultimo scandalo che ha coinvolto la Giunta Alemanno, con il caso di Maurizio Lattarulo. Quest’ultimo, estremista nero condannato con sentenza definitiva nel 2000 per la sua affiliazione alla suddetta organizzazione criminale, ha ricoperto l’incarico di consulente esterno per l’Assessorato alle Politiche sociali, dal 2008 al 2010, grazie alla nomina che gli è stata conferita dalla Giunta Alemanno, all’indomani del suo insediamento in Campidoglio. Su tale caso, che è stato reso pubblico proprio dal nostro partito, abbiamo presentato anche un esposto alla magistratura contabile al fine di verificare la legittimità della suddetta consulenza anche sotto il profilo contabile. Infatti, le dichiarazioni rilasciate dall’assessore alle politiche sociali, nonché vicesindaco, Sveva Belviso, per giustificare tale consulenza, hanno aggravato, a nostro avviso, la posizione del sindaco e degli altri componenti della Giunta Alemanno anche sotto il profilo della responsabilità contabile, confondendo volutamente lo strumento della consulenza con i progetti di riabilitazione per gli ex detenuti.

In realtà, Maurizio Lattarulo non è l’unico, tra i camerati vecchi e nuovi che hanno beneficiato di una delle tante poltrone all’interno dell’amministrazione comunale, ad aver avuto “problemi” con la giustizia per reati comuni, non direttamente legati alla propria passata militanza politica nell’estrema destra. Da tempo, diverse testate giornalistiche e pubblicazioni editoriali hanno reso noto a tutti le biografie dei tanti personaggi “neri” che in questi ultimi quattro anni si sono aggirati o si aggirano ancora, con diversi ruoli, nelle “stanze” del potere al Campidoglio o in quelle delle società capitoline.

Quello che ci preme sottolineare è che la “fascistopoli” romana non va assolutamente confusa “parentopoli”, ossia con quelle pratiche clientelari che hanno visto, sempre durante la gestione Alemanno, l’assunzione diretta a tempo indeterminato di alcune migliaia di persone, senza nessun criterio oggettivo legato alle competenze personali e professionali, nelle società capitoline, quali Ama, Atac e Acea, già peraltro in grandi difficoltà finanziarie.

Pur sovrapponendosi e in parte intrecciandosi, i due fenomeni, quello di “parentopoli” e quello di “fascistopoli”, hanno significati completamente diversi. Il primo risponde a un’esigenza di tipo clientelare, finalizzata alla costruzione del mero consenso elettorale secondo pratiche di tipo “democristiano”. Il secondo fenomeno, più complesso e pericoloso, esprime un preciso progetto politico che è quello di riuscire a saldare la destra istituzionale, quella in doppio petto e che frequenta i salotti buoni della Capitale, con il variegato mondo del radicalismo neofascista che, oggi, disperso in una miriade di micro formazioni, spesso in competizione tra di loro, può comunque vantare un significativo radicamento in alcuni settori del mondo giovanile, nel sottoproletariato delle sconfinate periferie romane e tra gli ultras dello stadio Olimpico, romanisti e laziali.

Tale ambizioso progetto politico è spiegato molto bene dal consigliere capitolino, Alessandro Cochi, delegato del sindaco per lo sport, proveniente dalle fila dell’estrema destra romana e dal mondo degli ultras, in una dichiarazione rilasciata al giornalista del Foglio Claudio Cerasa e ripresa nel suo libro “La presa di Roma” (edito da BUR). Cochi afferma testualmente che “la difficoltà di queste esperienze di destra [quelle radicali] è sempre stata quella di non essere mai riuscite ad aggregarsi intorno ad un progetto politico unico e di trovare qualcuno che riuscisse a sintetizzare a livello istituzionale l’anima popolare che le curve e i centri sociali [di destra] rappresentano. Con Alemanno – continua Cochi – possiamo dire che per la prima volta Roma è riuscita davvero a legare la destra radicale con quella istituzionale. Credo davvero che il sindaco sia una sorta di aggregatore sociale della destra”. Parole significative che sintetizzano più di qualsiasi altro ragionamento il progetto politico che è stato perseguito, con più o meno successo, in questi anni a Roma.

D’altronde, Alemanno non ha mai nascosto la volontà di recuperare e riaggregare quel mondo dell’estremismo di destra che aveva avuto grandi difficoltà anche a colloquiare con il vecchio Msi caratterizzato da una impostazione culturale che potrebbe essere riassunta nel binomio di “ordine e disciplina”. Va precisato che il progetto di intercettare il ribellismo nero espresso dalle frange del movimentismo di estrema destra, per ricomporlo sotto un unico tetto, è sempre stato un vecchio “pallino” di Alemanno che lo aveva perseguito fin dai tempi del Fronte della Gioventù e del Msi, prima, e di Alleanza nazionale, poi, tanto da fondare insieme a Storace una sua corrente, proprio con l’obiettivo di evitare la dispersione dei valori della destra sociale a favore di quel blocco di destra conservatrice e liberale promosso, con la svolta di Fiuggi, da Gianfranco Fini.

Un progetto questo che, per fortuna, è riuscito solo in parte, a causa delle contraddizioni esplose in questi anni sia all’interno del variegato e turbolento mondo dell’estrema destra romana, che tra questa e lo stesso sindaco Alemanno. Ad ogni modo, il fatto che tale progetto non si sia realizzato come avrebbe voluto il sindaco Alemanno e il suo entourage non deve farci abbassare la guardia, in quanto le relazioni costruite fino ad oggi tra la destra istituzionale e quella extra istituzionale, sulla base di uno strano mix fondato sull’identitarismo e il clientelismo, hanno comunque determinato molti problemi in città, allargando a dismisura gli spazi di agibilità politica per le formazioni di estrema destra. A nessuno è sfuggito che da tempo anche il clima in città sia pesantemente cambiato. Roma, da sempre città aperta e tollerante, crocevia di culture e religioni diverse, è stata investita in questi anni da una serie impressionante di episodi xenofobi e razzisti e anche di aggressioni di natura politica, più o meno gravi, nei confronti dei militanti o delle strutture di partiti e organizzazioni che operano a sinistra. L’impressione è che tali episodi siano stati favoriti proprio da questo clima di impunità che si respira ormai in città nei confronti di queste organizzazioni di estrema destra che spesso agiscono sapendo di poter comunque contare su complicità politiche.

Tutto ciò può rappresentare ancora di più un problema, se teniamo conto del contesto sociale determinato dalla pesante crisi economica che ha colpito anche la nostra città. Il pericolo che le destre razziste e neofasciste possano trovare un terreno fertile nei settori popolari gravemente colpiti dalla crisi, sulla base del paradigma della “guerra tra poveri” e della costruzione del “capro espiatorio”, non è un fatto da sottovalutare, soprattutto in una fase in cui la sinistra di classe è debole e arranca nella costruzione di un progetto di alternativa politica e sociale.

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